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Genova ed il corallo, una storia lunga secoli
In breve. Il corallo — l'«oro rosso» — ha legato Genova al Mediterraneo per secoli. La pesca in Liguria è documentata già da Plinio il Vecchio, nel I secolo; dal Trecento le grandi famiglie genovesi — Doria, Lomellini, Spinola — controllano i banchi di Corsica, Sardegna e Nord Africa. 🔴 Il capitolo che riguarda noi da vicino è del 1540: oltre trecento famiglie di Pegli salpano al seguito dei Lomellini per l'isola di Tabarca, in Tunisia, a pescare corallo — e due secoli dopo i loro discendenti fonderanno Carloforte, in Sardegna. La nostra boutique di Pegli sta in quel pezzo di storia.
Prima di Genova: la Liguria e Plinio
La pesca del corallo nel mar Ligure è antichissima. Plinio il Vecchio, nel I secolo d.C., descrive sia i modi — ordigni di ferro, cespi avviluppati nelle maglie delle reti — sia le zone: il golfo di Provenza, la Sicilia e le coste occidentali d'Italia, con un riferimento esplicito ai Liguri e al loro golfo.
Fino al Trecento i protagonisti sono i villaggi della costa: Laigueglia, Alassio, Diano Marina, Cervo, Portofino. Sono comunità intere che vivono di corallari — così si chiamano, ancora oggi, quelli che del corallo fanno un mestiere.

I Doria e la Sardegna
La storia genovese vera comincia con i Doria, che insieme ai Malaspina si spartiscono la costa occidentale sarda e si stabiliscono ad Alghero fino al 1353, quando Pietro IV d'Aragona espugna la roccaforte e vi insedia una colonia catalana. La pesca genovese si ridimensiona e si sposta sotto la Corsica.
I Lomellini: dalla Corsica a Tabarca
Nei primi anni del Quattrocento i Lomellini ricevono la Corsica in feudo e costruiscono compagnie commerciali e finanziarie dedicate esclusivamente al corallo. Fino al 1470 le flottiglie dei Lomellini, insieme a Doria, Spinola e Bulgaro, controllano le zone di pesca di Capo Corso, Ajaccio e Bonifacio, e spingono i commerci fino alle coste africane: il corallo va verso l'Egitto e la Siria, e torna indietro in spezie.
Nel 1540 arriva l'episodio che cambia tutto: l'isola di Tabarca, davanti alla costa tunisina, viene concessa ai Lomellini per meriti di guerra — avevano liberato quei mari dal pirata Dragut. I banchi coralliferi sono straordinariamente ricchi, e nel 1547 la famiglia ottiene anche la concessione di pesca. Resteranno feudatari dell'isola fino al 1718, con il diritto di fregiarsi del titolo di «Lomellini di Tabarca».

Le trecento famiglie di Pegli
Per presidiare l'isola servivano persone. I Lomellini, con i Doria, spingono famiglie e commercianti pegliesi a trasferirsi laggiù, in cambio di guadagni altissimi. Nello stesso 1540 oltre trecento famiglie di Pegli lasciano la Liguria al seguito di Agostino Francesco Nicolò Lomellini.
Su Tabarca Genova costruisce case, mura, una fortezza, torri, magazzini e chiese: una colonia vera, a pochi chilometri dall'Africa, nata per il corallo. I coloni vendevano a Genova a 4,50 lire la libbra; Genova rivendeva all'Europa a 9,10, grazie alle rotte e ai contatti dei Lomellini e dei Doria.
Quando il corallo comincia a scarseggiare, parte dei pegliesi si trasferisce sull'isola sarda di San Pietro, allora disabitata, e fonda Carloforte: ancora oggi, lì, si parla una lingua che viene dalla Liguria. 🔴 È una delle rotte più sorprendenti della storia genovese, e comincia a duecento metri dalla nostra boutique di Pegli.

Quanto valeva, l'oro rosso
Un'idea delle cifre: nel 1584 la città di Lisbona acquistò dai Lomellini, in una sola operazione, una partita di corallo che le fonti ottocentesche stimano in «oltre un milione di lire» dell'epoca — nell'ordine di qualche milione di euro di oggi.
Nel 1599 i banchi sardi di San Pietro e Sant'Antioco, appena scoperti, vengono assegnati al genovese Antonio Marti, e la pesca viene affidata soprattutto ai liguri di Tabarca. E c'è un dettaglio che pochi conoscono: Saint-Tropez, abbandonata dopo le incursioni saracene, rinasce nel Cinquecento grazie a famiglie del ponente genovese che vi si stabiliscono come banchieri e commercianti di corallo.
Il corallo come gemma
Il corallo rosso del Mediterraneo (Corallium rubrum) non è una pietra: è lo scheletro calcareo di una colonia di polipi, cresciuto pochi millimetri all'anno. Di qui tutte le sue caratteristiche:
- Durezza 3-4: è tenero, si riga con facilità.
- Composizione: carbonato di calcio con una parte organica — per questo teme gli acidi, anche deboli.
- Colori: dal rosa pallido («pelle d'angelo») al rosso cupo; il colore uniforme e intenso è il più pregiato.
- 🔴 Oggi la pesca è regolata da normative che fissano profondità minime, periodi e quantità: un corallo di provenienza tracciata è una garanzia, non un dettaglio.
Come si cura
- Panno morbido, asciutto o appena umido. Mai ultrasuoni, mai vapore.
- Niente profumi, lacca, creme o detergenti: opacizzano la superficie in modo irreversibile.
- Lontano dal calore e dalla luce diretta, che lo scoloriscono.
- Si conserva separato: qualunque altra pietra lo riga.
Per un pezzo antico — una collana, un cammeo in corallo, una parure di famiglia — prima di qualunque intervento conviene una valutazione: il corallo lavorato a mano e d'epoca vale molto più del materiale.
Da noi
Il corallo è parte della nostra storia locale, e lo trattiamo da sempre: si vede in boutique, perché il colore e la lavorazione vanno guardati dal vivo. Siamo in via San Vincenzo 110r e a Pegli, in via Martiri della Libertà 23-25r — a due passi dal punto da cui, nel 1540, partirono quelle trecento famiglie. Per chiedere che cosa c'è: WhatsApp +39 010 698 1030.
Domande frequenti
- Perché il corallo si chiama «oro rosso»?
- Per il valore che ha avuto nei commerci mediterranei: per secoli è stato una merce di scambio preziosa quanto i metalli, e intere famiglie genovesi ci hanno costruito fortune.
- Che legame c'è fra Pegli e la Tunisia?
- Nel 1540 oltre trecento famiglie pegliesi si trasferirono sull'isola di Tabarca, concessa ai Lomellini, per pescare corallo. I loro discendenti fondarono poi Carloforte, in Sardegna.
- Il corallo è una pietra?
- No: è lo scheletro calcareo di una colonia di polipi marini, quindi una gemma organica. Cresce pochi millimetri all'anno.
- Come si riconosce il corallo vero?
- Dal peso, dalla struttura a venature longitudinali e dal comportamento alla lente. Imitazioni in resina e paste si riconoscono, ma su un pezzo importante serve una verifica professionale.
- Si può bagnare?
- Meglio di no: acqua clorata, saponi e cosmetici lo opacizzano. Si pulisce con un panno morbido.
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