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Una giornata nel laboratorio orafo di Cicala: come nasce un gioiello

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Una giornata nel laboratorio orafo di Cicala: come nasce un gioiello

GGioielleria Cicala Aprile 10, 2026 8 min di lettura

In breve. Un gioiello fatto a mano passa sempre dagli stessi gesti: ascolto e disegno, modello in cera o resina, fusione del metallo nel crogiolo, laminazione, saldatura, incastonatura e lucidatura finale con acqua e sapone. Gli strumenti sono quelli di una bottega rinascimentale — il banco con lo stocco, i ferri personali dell'orafo, il cannello — e nel nostro laboratorio di Genova si lavora ancora così, un pezzo alla volta.

Il mestiere dell'orafo è uno dei più antichi che esistano, ed è anche uno dei pochi rimasti quasi identici a sé stesso. Chi entra oggi in un laboratorio orafo scopre con una certa sorpresa che molti strumenti appoggiati al banco sono gli stessi che si usavano in una bottega del Rinascimento: stessa forma, stessa funzione, stessa posizione rispetto alla mano che li afferra.

Non è pigrizia né folklore. Razionalizzare la produzione con nuove metodologie — cosa indispensabile nell'industria — toglierebbe al lavoro dell'artigiano proprio la parte estemporanea e creativa, quella in cui una curva cambia mentre la si lima perché così sta meglio. Le logiche di mercato hanno portato anche l'orafo ad acquistare in serie alcune componenti, per contenere i costi e accorciare i tempi di consegna; ma la finitura finale «a mano», con i ferri più tradizionali, resta il passaggio che decide se un pezzo è riuscito o no.

Il gioiello che si sogna la notte prima

Molti progetti nascono così: un'immagine vista in sogno, o intravista in una vetrina di cinquant'anni fa, o ricordata addosso a una persona. Uno stile liberty, per dire: prezioso e un po' regale, tempestato di pietre. Si arriva in laboratorio presto, le luci ancora spente e gli attrezzi fermi, e si comincia da un pezzetto d'oro giallo. Lima, tira, forgia, salda — e prima o poi una scottatura sulle dita, che fa parte del conto.

Nel corso della mattina la forma c'è. Oro giallo, zaffiri, un diamante qui e uno lì come una spruzzata di rugiada. Nel frattempo arrivano i clienti abituali, che amano fermarsi a guardare: è un clima antico e insieme attualissimo, rilassa e incuriosisce. Vedere un gioiello mentre prende corpo cambia il modo in cui lo si guarda da finito.

Mattina: la consulenza e il disegno

Le prime ore sono quasi sempre dedicate a chi porta un'idea. A volte è una fotografia, a volte una descrizione a voce, a volte un gioiello ereditato da trasformare. L'orafo ascolta, fa domande scomode al punto giusto — dove lo porterai, lavori con le mani, lo vuoi per tutti i giorni o per le occasioni — e prende le misure.

Da quella conversazione nasce il disegno tecnico, con proporzioni e spessori reali, e poi il modello in cera o in resina. Il modello è il momento in cui si può ancora cambiare tutto senza costi: si prova in mano, si appoggia al dito o al collo, si corregge. Se vuoi vedere il percorso completo passo per passo, lo raccontiamo in come nasce un gioiello fatto a mano.

Il banco da lavoro, dove i gioielli prendono vita

Il banco è costruito sull'ergonomia del lavoro: nulla è posizionato a caso, ogni utensile presente è indispensabile e sta in un punto preciso. È sistemato per ricevere il massimo della luce, di solito da una grande finestra, in modo che l'artigiano non proietti la propria ombra sul piano; una lampada illumina poi la zona operativa principale.

Quella zona si chiama stocco, o stecca a seconda della regione. È un piccolo parallelepipedo di legno schiacciato in punta — a volte sagomato a V, «a coda di rondine» — che sporge rispetto al piano. Sembra un dettaglio insignificante, e invece è il centro di tutto:

  • fa da piano d'appoggio per il pezzo in lavorazione;
  • funziona come una «frizione»: i colpi di lima mordono prima il legno e poi il metallo, e diventano più morbidi e misurati;
  • sopra ci si tiene quasi sempre un pezzo di cera vergine, per lubrificare la lama del seghetto.

Lo stocco si abbandona solo quando l'uso lo ha ridotto a un moncherino. E nemmeno allora si butta: anche in quel residuo resta imprigionata una piccola quantità d'oro, che si recupera dalle sue ceneri. Subito sotto, un grosso cassetto raccoglie tutta la limatura e gli scarti di lavorazione.

I ferri: strumenti che diventano mani

In gergo si chiamano «i ferri». Sopra il banco è fissato un trapano a frusta, molto simile a quello del dentista, montato in modo che la frusta cada di lato e sia comoda da usare sullo stocco; accanto, tutte le frese pronte per l'impiego che il singolo lavoro richiede. Sotto lo stocco stanno pinze a sezione tonda, piatta o curva, lime grandi e piccole, fini e grosse, trance, cesoie, bulini.

Molti di questi attrezzi l'artigiano se li costruisce, li modifica, li adatta alle proprie esigenze finché non obbediscono al suo gesto: diventano un'estensione delle mani. Si vede dai consumi. Le impugnature in legno portano gli incavi lasciati dalla mano che le ha strette per anni; i ferri più vecchi mostrano i segni di restauri pazienti che ne allungano la vita oltre ogni limite ragionevole. Se cambia laboratorio, l'orafo se li porta dietro: sono attrezzatura personale, insostituibile.

Fuoco e metallo: forno, laminatoio, cannello

Nella parte centrale della giornata si lavora il metallo. Il forno di fusione sta lontano dal banco, perché supera i mille gradi: l'oro o l'argento fondono dentro un crogiolo di ematite, che si consuma a poco a poco con l'uso. Quando il metallo è completamente liquido viene colato nelle lingottiere, e da lì si parte per dargli la forma richiesta dal lavoro.

Il laminatoio a freddo schiaccia e tira il filo d'oro per realizzare catene da collier o bracciale; se la sezione è molto sottile, il filo si tira ancora a mano. Per saldare, i cannelli sono di tipi diversi: il becco bunsen ad alcool metilico e lo chalumeau a bocca, uno dei più antichi e versatili, che permette di moderare la fiamma soffiando in un tubo di plastica e ossigenandola con il proprio fiato. Ogni metallo risponde a modo suo: l'oro non si comporta come l'argento, e il platino è più rigido e chiede temperature più alte.

Anche la sedia non è una sedia qualsiasi: seduta in legno, nessuna gamba tradizionale ma una struttura in metallo con piede quadrato o triangolare, che scivola sul pavimento senza sollevarsi. Serve a spostarsi di continuo fra banco, forno e laminatoio restando seduti.

Pomeriggio: incastonatura e finiture

Le ultime fasi sono le più delicate. L'incastonatura è quella che non ammette approssimazione: una griffe posizionata male non tiene la pietra, e il problema si presenta mesi dopo, quando il gioiello è già addosso a qualcuno. Si lavora sotto lampada, pietra per pietra, verificando a ogni passaggio la tenuta.

Poi la lucidatura, e una pulizia finale sorprendentemente semplice: acqua e sapone, che portano via le impurità della lavorazione. Resta un ultimo aggiustamento, quello che fa il sarto quando l'abito è già indossato — mezzo millimetro su una misura, una griffe appena ribassata — e il pezzo è finito. A quel punto gli attrezzi tornano al loro posto, in ordine, pronti per il lavoro del giorno dopo. Sul mantenimento a casa abbiamo scritto una guida a parte.

Nel laboratorio non si butta niente

Il pavimento di molti laboratori è coperto da rastrelli in legno, una specie di pavimento galleggiante che lascia accumulare sotto la cosiddetta «spazzatura»: polvere di lavorazione in cui finisce metallo prezioso. Quella, insieme alla limatura del cassetto e agli scarti, viene recuperata, rifusa e trasformata in materiale nuovo per altri gioielli. È un ciclo chiuso che l'oreficeria pratica da secoli, molto prima che si parlasse di sostenibilità.

Portare un'idea in laboratorio

Il nostro laboratorio riceve commissioni per gioielli su misura di qualsiasi tipo, e lavora anche per conto terzi. Non serve arrivare con un progetto definito: spesso basta una direzione, una pietra ereditata, un anello che non si porta più e che si vuole far rinascere in un'altra forma. Da lì si parte con il disegno e il modello.

Le riparazioni e le revisioni si consegnano in entrambi i negozi, in Via San Vincenzo 110r e a Pegli in Via Martiri della Libertà 23-25r, con ricevuta, e si lavorano qui. Se preferisci cominciare da un'idea già strutturata, puoi creare il tuo gioiello partendo dalle configurazioni online e poi parlarne a voce. Per fissare un appuntamento o mandare una fotografia di quello che hai in mente, scrivici su WhatsApp al +39 010 698 1030.

Domande frequenti sul laboratorio orafo

Posso vedere il gioiello mentre viene realizzato?
Sì, il passaggio intermedio più utile è il modello in cera o resina: si prova, si valuta il volume reale e si può ancora cambiare proporzioni e spessori senza rifare nulla.
Quanto tempo serve per un gioiello su misura?
Dipende dalla complessità e dalle pietre: un anello semplice è un'altra cosa rispetto a un pezzo con molte incastonature. Il tempo realistico te lo diciamo al momento del disegno, non prima.
Posso far rifondere un oro che non porto più?
Si può valutare in negozio. L'oro vecchio si recupera e rientra nel ciclo di lavorazione; se invece il pezzo ha un valore storico o affettivo, spesso conviene restaurarlo anziché fonderlo.
Lavorate anche su gioielli non acquistati da voi?
Sì. Riparazioni, saldature, allargamenti e rimessa in sicurezza delle pietre si accettano in entrambi i negozi con ricevuta e si eseguono nel nostro laboratorio.

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Scritto da

Gioielleria Cicala

Curiamo guide, approfondimenti e consigli su gioielli e orologeria con la stessa attenzione che mettiamo in negozio dal 1950. Cicala Gioiellerie è a Genova, in Via Martiri della Libertà 23-25r.